mercoledì 10 novembre 2010
martedì 12 ottobre 2010
Pasticcio di Supereroi
Al rumore del vetro che si frangeva in mille pezzi, la Sala dell’Incommensurabile Saggezza si fece più buia, mentre le ombre s’ingrandivano ingoiando le pareti. Il Ragazzo Sonico gridò di terrore e l’Uomo Martello lo piantò immediatamente al suolo, la Donna Infiammabile s’incendiò bruciando il Trio dei Pennuti, l’Aviatore si gettò dalla finestra lasciando sulla poltrona il mantello volante, il Macellaio macellò l’Uomo Toro, il Cecchino Mistico sparò un proiettile mistico nella fronte assorbente dell’Uomo’Assorbente, il Ragazzo Pianta Carnivora divorò in un solo boccone l’Uomo Grillo e la Mosca Ninja, il Maestro di Rime fu centrato alla nuca dallo scettro rotante del Grande Duca, il Gigante Buono non si sentì più tanto buono e stritolò tra le mani il Bambino Prodigio e la Veggente Millenaria, il Cacciatore catturò ed impagliò la Donna Lupo, il Boia impiccò sé stesso, Doc Camaleonte si mimetizzò e fu investito in pieno dall’impazzito Uomo Locomotiva, il Burlone chiamò “spastico” l’Uomo Elastico e venne strangolato da un suo dito, il Cobra si avvelenò mordendosi la lingua, la Spia prese a colpi di radio in faccia Mr Radio-Spia, infine a Fungo Atomico scoppiò in petto una tremenda, immane, raccapricciante, devastante esplosione termonucleare. Bye bye Supremi.
E al termine della riunione il mondo, almeno quello che ne era rimasto, rimase senza alcuna difesa.
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Marco Talotta
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martedì, ottobre 12, 2010
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lunedì 27 settembre 2010
La Fine dell'Estate
La fine dell’estate è come una paura che hai nel cuore. La spiaggia si svuota e non vedi più barche od ombrelloni, radio o asciugamani. Vanno tutti via, senza avvertire. Rimane solo il mare, sempre lì, che ingrossa le onde e ti chiama ancor più forte.
E’autunno, adesso, tempo di tornare alla vita reale. Io son già volato via, di nuovo, lontano da quel mondo che mi ha allevato. Nelle valige ho messo un po’ di tramonti, di piazze siciliane e di allegria sincera. Così l’inverno sarà più dolce.
Presto, qui e in altri posti arriveranno il gelo e la neve, e proprio adesso la pioggia batte forte sui tetti. Ma dai banchi di scuola e dagli uffici il pensiero di ognuno va al sole, ai tuffi, alle gite, alle corse in motorino e alla libertà. Intanto, rinchiuse nell’ordine delle cose, le nostre vite vanno avanti. Aspettando con pazienza che arrivi un'altra estate.
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Marco Talotta
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lunedì, settembre 27, 2010
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domenica 19 settembre 2010
Un Sogno
Nuotavo smarrito tra i flutti del mare aperto, alle prime luci del mattino. Dall’orizzonte, nella sua crudeltà, mi apparve l’enorme, rigonfia carcassa di una balena. Metà della testa era già andata, il resto del corpo orrendamente mutilato. Una miriade di pesci attorno quella pozza rossa che, disperatamente, cercavo di non raggiungere. E becchi rossi dei gabbiani che staccavano la carne brandello su brandello. Le onde sbattevano su e giù quel titano senza vita, mentre le bestie, nella furia famelica di quel banchetto, continuavano ad accalcarsi tra loro senza fine. Nell’aria, in quell’angolo di oceano, si spandeva un odore terribile. Io, per qualche ragione, non provavo paura e stetti ad osservare a lungo. Mi chiesi cosa fosse successo a quel gigante caduto, le cui spoglie, adesso, venivano martoriate e fagocitate avidamente. E cercai di capire il perché di tanta ferocia insita nella natura delle cose. Poi, mi ritrovai a vagare confusamente nel porto a notte fonda, a piedi scalzi e con gli abiti fradici ritornai a casa. E con grande dispiacere, con gli occhi colmi di tristezza, notai che la vita continuava. Mi accorsi che le automobili erano sempre lì per strada, le luci nei portoni ancora accese e che il vento sbatteva le solite cartacce sul marciapiede. C’era una coppia che fumava e discuteva in un balcone e sorpresi un gatto saltar via da una ringhiera. Ogni cosa andava avanti lo stesso senza pena, rimorso od incertezza. Nonostante la perdita del cetaceo.
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domenica, settembre 19, 2010
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mercoledì 25 agosto 2010
Pomeriggio Surreale
Passeggiata al fresco di fine estate, senza scopo, da solo per una strada che le gambe conoscono a memoria. Dal nulla la pioggia mi sorprende. Pesantemente cade, precipita, spinge su ogni cosa. Batte su viso e corpo, si fa strada tra pelle e muscoli, arriva all’anima e seppellisce tutto quello che c’era di me. Rimane solo una pozza d’acqua gelida, sul bordo del marciapiede, che pian piano svanisce all’arrivo del sole. E nessuno se ne accorge davvero.
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mercoledì, agosto 25, 2010
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lunedì 23 agosto 2010
Tre Canzoni dalla Mia Adolescenza
Ed hai visto luccicare i miei occhi per te, nella notte.
Ma se tu davvero vedessi il mio cuore capiresti.
E senza far rumore ce ne andremmo via, per mano.
Senza una meta ma insieme, lasciando dietro le nostre ombre.
Se tu vedessi il mio cuore potresti volare con me, sfiorando le onde fredde del mare. E tutti i pesci prenderebbero a saltare.
Chiudi gli occhi e guardami dentro. Non mi farai male.
E ci abbracceremo tutta la notte, mentre il silenzio ubriaca le strade.
E ce ne andremo liberi, senza più voglia di tornare.
Senza più voglia di tornare.
Canzone Triste
Quanti gatti per la città! Tremila occhi che squarciano il
buio. Escon di notte e nemmeno lo sai.
Sembrano un fiume che inonda le strade.
E poi davanti seimila topini. Corrono svelti per vivere ancora. E per scappare di nuovo domani.
Sul marciapiede c’è un vecchio ubriaco, piange in silenzio
e si copre le braccia. La sua coperta è fatta di sogni, dei sogni più belli.
Sopra nel cielo ha paura la luna, che questa notte
non vuole apparire. Mai come adesso la terra sta zitta.
E tutto intorno un miagolio che si allontana.
Che si allontana.
La Canzone del Mare
Guardavi i gabbiani tra i raggi del sole. Scendevano lenti
e leggeri sul mare. Ridevi e dicevi che carezzavano le onde.
Carezzavano le onde.
Il vento soffiava, e soffiava con forza. Tu mi baciavi più forte di
lui. Forse è per questo che ti chiamavo amore. Forse è per questo che
stavo con te.
Un pescatore rideva sul molo. Dentro al suo secchio saltavano i pesci. Saltavano i pesci.
In aria sentivo il tuo dolce profumo, e una canzone suonava per noi.
Ma ora nell’aria c’è solo il silenzio, ed i gabbiani non volano ormai.
Io mi domando perché sei sparita, mentre le onde mi bagnano il cuore. Sto tutto il giorno col vento ad aspettare. Forse tra un poco poi arriverai.
C’è un pescatore che ride sul molo. Dentro al suo secchio
c’è un vecchio scarpone. C’è un vecchio scarpone.
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lunedì, agosto 23, 2010
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sabato 17 luglio 2010
Monologo Stanco, Aperto e Senza Pretese
Chissà come ci si sente quando sei morto. E la tua vita, o almeno la tua percezione di essa, è andata via da qualche parte. Quando non c’è più cuore e respiro, muscoli o parole. Chissà dove si va, se si pensa ancora. Chissà perché nessuno ancora lo sappia per certo, perché molta gente ne abbia paura solo all’idea. Magari, per comprendere certe cose, bisogna filtrarle attraverso una diversa percezione, trovandosi cioè in una condizione differente. Chissà se tutti i mondi che creiamo con la fantasia, od ogni nostro sogno e pensiero, sono vivi in un’altra dimensione. Mi chiedo poi perché gli animali, che sono vivi come noi, che usano istinto e sensazioni più e meglio di noi, siano così sottovalutati, considerati comunemente come esseri inferiori. Gli uomini hanno inventato la logica, il linguaggio, la prigione del tempo, hanno costruito regole e religioni per avere il controllo della loro realtà, per dare un senso a qualcosa che non hanno mai capito interamente. E che non riescono a decifrare neanche adesso che la loro scienza è arrivata inevitabilmente al limite. A volte penso che se il genere umano non si fosse mai “evoluto” al livello attuale, il nostro pianeta non sarebbe un mondo stravolto ed in pericolo. Ed io non avrei la lucidità di pormi tutte queste domande.
Così, in una notte come questa, contemplando quel mare che tanto mi ha atteso, la mente spazia verso l’infinito e riaffiorano vecchi, assurdi interrogativi. E se facessimo parte di un progetto di cui forse è meglio non essere al corrente? Siamo davvero gli oggetti inconsapevoli di un esperimento? E se ogni individuo avesse la sua personale realtà, dettata dal cervello e dalle proprie percezioni? Oppure se, come esseri umani, avessimo da tempo imboccato una strada sbagliata, che ci sta portando verso qualcosa di innaturale e che non ha senso? Ho la spiacevole sensazione che le risposte a tutte le domande importanti, quelle che lasciano un vuoto nell’anima, ci siano negate di proposito. Non nascondo, quindi, la mia invidia per quelle persone convinte che esistere sia una mera questione di sopravvivenza, dove ciò che conta è solo mangiare, dormire e lavorare. Nascono, si agganciano ai binari che trovano davanti a loro e muoiono privi di tormenti, senza neanche chiedersi il perché di quel viaggio. Beati loro.
Adesso in molti credono che il mondo sarà soggetto ad un enorme cambiamento, o addirittura finirà, nel 2012. Se così fosse, non penso che sia la prima volta per la Terra. Ho la sensazione che questo pianeta ospiti, ciclicamente, civiltà ed esseri viventi. Io, nel mio piccolo microcosmo, nella mia esperienza di uomo messo in terra, sto qui e cerco di comprendere quel che posso. Al prezzo di sembrare folle, non scarto nemmeno le ipotesi più lontane dal modo di pensare “tradizionale”. E comincio ad esser dell’idea che la verità, altro termine inventato dalla nostra lingua per incamerare qualcosa di immenso ed assoluto in un concetto o singola parola, risieda dentro di noi. E che sprechiamo del tempo prezioso quando ci ostiniamo a cercarla esclusivamente all’esterno.
Intanto, davanti a questo cielo notturno di metà Luglio, respiro l’aria della mia Sicilia e gioisco nel trovar per strada la mia gente, provando emozioni quasi dimenticate. Poi torno a casa e osservo quel piccoletto nella culla che dorme già da un pezzo, mentre mia moglie apre gli occhi per regalarmi un sorriso. E, ancora per un altro giorno, mi accontento cosi'.
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Marco Talotta
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sabato, luglio 17, 2010
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giovedì 24 giugno 2010
L'Asilo in Via del Sole
In quelle mattine alla fine degli anni 70, una mamma ed un papà giovanissimi mi accompagnavano all’asilo dove mia nonna lavorava come maestra. Entravamo in quella stradina stretta di Via del Sole, quasi nascosta dal resto della città, ed una moltitudine di odori forti e tanto diversi tra loro si faceva avanti , assalendoci quasi con prepotenza. C’era una stalla con fieno e cavalli, poi, di fronte, il legno e le vernici della bottega di un artigiano del restauro, mentre proprio accanto alla porta d’entrata della scuola ci abitava una vecchietta che faceva il pane in casa, con ciambelle dal profumo del paradiso. Salivamo le scale dell’asilo e già sentivamo le vocine piccole dei bambini, mentre la cuoca aveva iniziato a preparare i piatti per la mensa e gli aromi si spandevano dalla cucina a tutto il palazzo. Così, esattamente in quest’ordine, iniziavano le giornate dei miei cinque anni, in compagnia di altri amichetti che si pulivano il naso sulle maniche dei grembiulini e col sottofondo del vociare delle maestre, squillante e continuo. Ricordo che dai nostri faccini, specialmente ad inizio mattinata, trasparivano spesso il dispiacere e la paura per esser lontani dai genitori.
L’aula di mia nonna era di sopra, alla fine di una rampa di scale che a me pareva insormontabile. Quando ci arrivavo, aprivo quel cancelletto di legno e gettavo la mia cartella nel mezzo di un ammasso di zainetti, tutti dai colori sgargianti dei cartoni animati. Poi, lei mi prendeva tra le braccia e mi mostrava il panino che mi aveva comprato per merenda alla bottega lì vicino. Dal modo in cui mi parlava, dalla luce speciale nei suoi occhi chiari che brillavano alla mia vista, capivo quanto affetto avesse per il suo primo nipotino e quanto la mia presenza la rendesse felice. Solo adesso che scrivo, curiosamente, mi torna in mente che in quella sua classe c’era una bimba, dall’aspetto maturo e diverso dalle altre, che io guardavo e consideravo bellissima. Lei non parlava mai con nessuno, era timida ed introversa come me. Così, per questo motivo, non ci siamo mai scambiati neanche una sillaba.
Quasi ogni giorno si scendeva a giocare giù nel giardinetto, dove le piante ed i frutti, non curati, crescevano selvaggiamente spandendo un odore acre. Una mattina, correndo su quella terra arsa dal sole, caddi sbattendo forte la nuca sul bordo di un’aiuola e, per un attimo, pensai con sgomento che tutto stesse già per finire. Per la prima volta, provai la lucida consapevolezza di essere anch’io vulnerabile e che nessuno potesse davvero proteggermi.
Dopo i giochi all’aria aperta, si ritornava dentro e ci si sedeva tutti insieme per il pranzo, su quelle sedioline che, a vederle oggi, ne avrei tenerezza. In quella lunga, chiassosa tavolata, c’era sempre almeno un bimbo che non voleva mangiare e faceva disperare le insegnanti. Il piccolino veniva prima esortato con estrema dolcezza, poi con media gentilezza, ed infine con la furia estrema dell’esasperazione. Era una scena penosa da guardare.
In quel breve periodo della mia vita, provavo spesso tra quelle mura una sensazione di disagio che mi faceva bruciare lo stomaco, non mi sentivo di starci e sarei voluto essere libero di scegliere dove e con chi trascorrere le mie mattine. Quel bruciore, ora me ne rendo conto, era la prima reazione alle imposizioni che bisogna seguire nella nostra esistenza, senza farsi troppe domande. Non ho poi un ricordo forte dei miei compagni di gioco, li vedo come tanti fantasmi del passato, mi riesce difficile attribuir loro un volto o alcuna affezione particolare. Credo che le mie simpatie e le amicizie vere siano cominciate solo alle elementari.
Chissà dove sono finiti tutti, mi chiedo adesso dopo quasi trent’anni. Mia nonna è molto vecchia e si ricorda solo a tratti di essere stata una maestra d’asilo, mentre molte delle altre insegnanti non ci sono più da tempo. I bambini sono tutti cresciuti, loro malgrado, diventando quelle famiglie che si vedono passeggiare la sera per le strade di Milazzo. Quella bimba speciale, che cercavo con gli occhi segretamente, sarà ormai una donna che adesso neanche riconoscerei. E la vecchina con le sue ciambelle, in quella casetta grande come una noce, è soltanto un ricordo nel cuore di pochi.
Io invece sono qui, in un paese grande, diverso e lontano più dell’immaginazione, ma alla mia infanzia in quell’angolino in Via del Sole, come a tutte le cose passate che non tornano più, ancora mi ci aggrappo per trovarne calore.
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giovedì, giugno 24, 2010
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domenica 23 maggio 2010
La Giornata del Poeta
Soffio dopo soffio il vento suona gli alberi come un organetto stanco, goccia dopo goccia la pioggia cade e riempie il mare. E il poeta se ne sta lì da solo, seduto sulla spiaggia con le gambe incrociate. Non ha più un soldo, una casa, una donna o un amico, nemmeno un rasoio per farsi la barba. Ma per ognuno di quei sassolini che adornano la costa, lui possiede una parola speciale. E’ questa la sua ricchezza. Fissa la linea esile che separa le acque dal cielo e contempla davanti a sé. In quel tramonto astratto il giorno e la sera danzano insieme, come ogni altro giorno. Nascosti tra nuvole grigie, si perdono nell’abbraccio breve di un’attrazione impossibile, di un amore sublime. Poi, senza preavviso, senza che nessuno possa opporvisi, si fa di nuovo buio. E’ una coperta scura smisurata, spaventosamente infinita che copre ogni cosa ed ingoia le montagne. Nel gelo di quell’incontenibile tenebra, il poeta scorge la luce timida delle stelle che si rispecchiano sulla superficie del mare, in un gioco atavico che sembra ancora divertirle. Sono l’ultima oasi per tutti gli uomini che hanno perduto la strada, sono gli occhi di qualcuno che ci guarda da molto lontano sin dall’inizio dei tempi.
Adesso è ora di andare.
Il poeta si alza, riallaccia meticolosamente quelle scarpe malridotte, va verso le onde e vi si immerge fino a sparire. A lui non importa di respirare. E cammina tra i pesci, ammira il labirinto incantato dei fondali e sorride, cercando con gli occhi una città sommersa dove riposare. Chissà quando tornerà. Un gabbiano gli tiene il posto sulla battigia e aspetta, un po’ turbato. Il mondo ha bisogno di poeti.
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domenica, maggio 23, 2010
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martedì 11 maggio 2010
Frank Frazetta
Riconosciuto da critici e ammiratori come maestro supremo dell’illustrazione fantastica, per me era uno dei pochi ad aver trovato (davvero) la chiave della porta per il mondo dei sogni. Osservando anche distrattamente qualsiasi sua tavola o disegno, venivi risucchiato nel bel mezzo di un’avventura intrigante, che altri autori sarebbero stati capaci di raccontare solo con un albo intero. Aveva l’intuizione e una visione personalissima delle cose propria dei geni. Lunedì scorso, al ritorno da una cena con i familiari , un infarto ha spento impietosamente quel suo cuore ottantaduenne da avventuriero.
Non ci sarà mai nessuno come lui. Una vita ed un talento immenso al servizio della fantasia e dell’immaginazione: non c’è causa che io potrei rispettare di più.
Un inchino a te, Frank Frazetta, per non esserti accontentato del nostro mondo e per aver creato nuovi, incredibili universi tutti da scoprire. Adesso che te ne sei andato, mi chiedo se tu stia fluttuando in una di quelle dimensioni aliene, ma non troppo lontane, a te tanto care. Qui, sulla terra da cui sei partito, una legione di sognatori veglierà sul tuo ricordo. Grazie per averci lasciato la chiave che custodivi.

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martedì, maggio 11, 2010
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domenica 11 aprile 2010
Il Cerchio
I bambini volano sulle ali leggere dell’infanzia, sopra quel mondo che è tutto un gioco. Non sanno mai niente di niente, né di nessuno. In quel giardino verdissimo che è l’inizio del viaggio, giocano liberi e si godono il sole, senza pensieri.
I giovani crescono e s’incontrano tra loro durante il cammino, mille e più volte. Gli amici cambiano, spariscono e poi si ritrovano, dalla Sicilia a Roma, da Roma all’America. Quelli veri rimangono e basta solo uno sguardo, una parola, per ritrovare l’intesa. Intanto gli amori cominciano a fiorire, quando hai un cuore piccolo e ti sembrano ancora più grandi. E quando li perdi il petto brucia e ti senti morire. Poi i ragazzi, senza avere una scelta e sempre troppo presto, lasciano spazio ad altri giovani e diventano grandi. Prima con rassegnazione, timore, riluttanza. Poi crescono davvero e tutto quello che avevano intorno cambia.
Certi pomeriggi, seduti al lavoro, gli uomini guardan fuori dalla finestra e trovano i ragazzini che si spingono e si rincorrono. Con un sorriso lieve sul volto riprendono la loro giornata da adulti e sospirano pò, al ricordo dei giorni quando il ritornello di una canzone era tutto cio' a cui pensare.
Intanto, alcuni bimbi hanno preso a giocare di nuovo in quel prato verde ed assolato…
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domenica, aprile 11, 2010
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sabato 27 febbraio 2010
"L'Attesa". Testo: Marco Talotta - Foto: Sergio Andaloro(http://sergioandaloro.blogspot.com/)
Come una barchetta capovolta sulla spiaggia di Ponente. Immobile, stanca, con il timore e la tristezza di essere dimenticata lì per sempre. Come lei affronto a testa bassa l’inverno, da quest’America distante, mentre il mare in tempesta grida forte il mio nome.
Sono un guscio scavato da pioggia e vento che aspetta e si consola, con ricordi agrodolci nutro quest’attesa per stagioni intere. Presto, come ogni anno nei mesi caldi a Milazzo, la spiaggia si riempirà di gente. I ragazzini saranno lì di nuovo a giocare al pallone tra mille risate, le mamme strilleranno invano ai loro figli di uscire dall’acqua e nuove generazioni di tuffatori si scaglieranno dagli scogli più alti, per provare a se stessi e ad i compagni di esser già uomini. Tutto scorrerà come in un libro già scritto. Un libro magico dove, certi tramonti, puoi vedere i delfini saltare all’orizzonte.
Come fossi anch’io adagiato tra sassi e rovi attendo e spero che arrivi quel tempo anche per me, che l’estate mi riporti ancora dove debbo stare. Sono nato e vissuto con le onde tutt’intorno, con il sole a riscaldarmi e l’allegria di una vita semplice. E non posso più aspettare.
So che un giorno sarò un vecchio relitto a cui nessuno vuol neanche pensare. Come un esule straziato dal tempo e dalla nostalgia tornerò, cercando chi ancora mi attende. E alla fine del viaggio sarò una carcassa che potrà adagiarsi, per sempre, nel fondo del suo mare.
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sabato, febbraio 27, 2010
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mercoledì 27 gennaio 2010
Una Qualunque Settimana Americana
Sveglia alle 6 del mattino - Di corsa barba e caffè - Prepararsi in tutta fretta - Salto in macchina - Accompagnare mogliettina al lavoro – Traffico – Semafori – Traffico - Recarsi al lavoro – Lavorare – Lavorare – Lavorare – Lavorare – Lavorare – Lavorare - E ancora lavorare - Di nuovo in auto - Stress lavorativo ancora appiccicato addosso – Precipitarsi a prendere la consorte in attesa (per ora in tutti i sensi) – Traffico all’ora di punta – Semafori – Traffico all’ora di punta - Semafori - Dritti al supermarket – Spesa - Troppo freddo per passeggiare - Troppo freddo solo al pensiero di star fuori - Finalmente a casa – Stress lavorativo che non se ne va - Di corsa a rilassarci per un po’- Rimorso per non aver fatto niente all’aria aperta - Ora di cena - Si cucina la cena - Si prepara la tavola – Cena – Cucina da sistemare – Balzo sul divano per guardare la tv – Frustrazione per non essere fuori a passeggiare - Videogiochi ed internet - Preparare vestiti per l’indomani per risparmiare qualche minuto - A letto con fumetti e riviste varie - Si chiudono gli occhi controvoglia - 6 ore di stato comatoso, sognando il mare - L’impietosa sveglia delle 6 colpisce ancora - Ricominciare la folle corsa per una vita ordinaria – Ripetere tutto di nuovo e allo stesso modo.
Ogni giorno è lo stesso.
Fortunato di avere un lavoro che paga spese e capricci. Felice di vivere con la persona giusta. Contentissimo della macchina e della casa nuova, che accoglieranno un figlioletto in arrivo.
Ma la vita, quella che mi portava a spasso, che mi legava alla natura, che mi faceva incontrare gli amici per strada, che mi stringeva a padre, madre e fratello, che rallentava il tempo per far si che godessi ogni cosa, che riempiva i polmoni, rinvigoriva corpo e spirito, questa vita dov’è? Cerco una risposta, negli attimi di lucidità, ma vengo risucchiato nella routine spersonalizzante di un’altra giornata, dimenticandomi anche quale fosse la domanda. Altre 24 ore per seguire disperatamente, ed inevitabilmente, quella lista di un’esistenza a stelle e strisce che a tutti sembra andar bene. L’anima può anche attendere, sembrano pensare qui. E così passano la vita intera in auto, sempre di fretta e senza nemmeno guardarsi, a bere come pazzi ai bar come unica scusa per incontrarsi, parlando spesso solo di soldi e lavoro. Ma la mia è un’anima diversa, un’anima strana, cresciuta in un mondo lontano, più ingenuo, che nessuno può capire. Forse proprio perché non hanno tempo.
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mercoledì, gennaio 27, 2010
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giovedì 24 dicembre 2009
Felice
Un pescatore cammina sul molo del porto, nella solitudine quieta di una mattina invernale. Niente pesce nella rete, stamane, solo onde feroci e vento gelido sul collo.
Così è lì a passeggiare, a pensare, a perdersi in quell’angolino di mondo che conosce così bene. Felice, così si chiama, fuma una sigaretta dietro l’altra e tossisce nel cammino. Tossisce per il fumo, per il freddo, tossisce per farsi sentire.
Lì vicino, su uno yacht, dei turisti consumano una tarda colazione e si stropicciano gli occhi. Parlano una lingua lontana che lo confonde, fatta di suoni che stridono, collidono, che si sovrappongono tra loro come tanti scarabocchi sul muro. Felice si chiede dove questa gente, dai capelli così chiari, abbia trovato quei gamberoni freschi che rallegrano la tavola. Ma non si scoraggia neanche un po’. Guarda le curve di quel mare arrabbiato e sa che domani, o un’altra mattina ancora, quelle acque che lo richiamavano sin da ragazzo saranno generose e riempiranno le reti. E’ così che va, mormora fra sé chiudendosi meglio la giacchetta logora: il mare è un’avventura sempre nuova e mai un mestiere. E’ la sua avventura.
Gli altri pescatori sono già al baretto vicino allo sbarco dei traghetti.Siedono stanchi su quelle panche umide e conversano animatamente. Sono facce scavate dal sole, barbe grigie ed ispide, occhi vivi e guance che si fanno rosse per il vino. Ognuno di loro è un grande attore che gesticola, alza il tono, si appassiona e afferma massime assolute, in quel piccolo teatrino sul molo che stà lì da sempre. E di tanto in tanto guardano fuori le navi, che passano all’infinito. Felice ordina la solita birra e si siede con gli altri, che gli fanno spazio e gridano il suo nome. Poi dà uno sguardo anche lui, fuori verso le onde, e si ricorda di quella bambina che, la mattina, da un aliscafo gli ha fatto ciao con la manina. E per quella bimba, per quel saluto tanto onesto, il vecchio vede un altro giorno davanti a sé.
Tra tante stelle, mondi e pianeti, questa è una giornata nella vita di un piccolo uomo. Un uomo che esiste lì perché quello è il suo posto e perché non potrebbe che vivere così. Felice.
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giovedì, dicembre 24, 2009
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giovedì 26 novembre 2009
Tu
Tu che guardandomi in faccia non dimostri mai dubbi,che non hai segreti da nascondere.
Tu che hai imparato l’italiano per parlarmi d’amore,
che hai scoperto la mia terra,
il cibo e la sua gente
con la meraviglia di chi vive in una favola.
Tu che mi chiami al telefono
e hai la voce dolce di una bambina,
che mi baci ed io sento la scossa
di due mondi che si sfiorano.
Tu che con quegli occhi grandi sai dire tutto
e piangere
e ridere
ed illuminare il mio cammino.
Tu che guardi la tv in quel pigiama soffice
e le calzette buffe.
Tu che mi prendi per mano, d’estate,
per esplorare i tesori nascosti del mare.
Tu che porti il nostro bimbo dentro di te,
giorno per giorno,
e già lo aiuti a crescere forte e sano.
Tu sei la donna che aspettavo
e che è venuta a cercarmi da molto lontano.
Ti ho presa per mano,
mi hai preso per mano
e siamo ancora qui che camminiamo,
giovani e allegri
come l’inverno che t’ incontrai a Roma.
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giovedì, novembre 26, 2009
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martedì 3 novembre 2009
3 Novembre
Mi ritrovo ancora una volta a pensare alla mia famiglia, laggiù oltre l’oceano. Mia madre starà cucinando qualcosa di buono, avvolta nella sua vestaglia a scacchi rossi, papà lo vedo seduto in camera da pranzo che guarda la televisione, mangiucchiando salumi e formaggi acquistati alla bottega dietro l’angolo. A qualche isolato da quella casetta in Via Colonnello Bertè, anche mio fratello si starà preparando per la cena con la moglie, dopo un’intensa giornata di lavoro. Ogni cucina di Milazzo emana un buon odore, e tutt’intorno c’è aria di pace.
Qui da me sono ancora le quattro del pomeriggio e, come ogni giorno alla stessa ora, mentre ognuno lì si prepara a dormire, vorrei poter dire alla mia gente che li penso sempre e che non li ho mai dimenticati, che quel mercoledì di Dicembre non sono scappato via senza guardare indietro. Controllo il calendario e un altro mese, un altro anno è passato. Oggi mio padre compie 60 anni ed io lo saluto da molto lontano, in un angolino di tempo rubato agli impegni di questo mondo così diverso.
A volte, appena sveglio, mi sembra di scorgere la spiaggia alle prime ore del mattino, quando i gabbiani si radunano in gruppetti ordinati per osservare le onde. E poi, spinti dal vento, scivolano sull’acqua per un istante carpendo la preda che ancora si dibatte. Vorrei anch’io aver le ali e volare da loro, da tutti, in quella terra che è madre, culla, dolore, conforto e luce di ogni mia giornata. E così direi a piena voce, planando giù verso il giardino di quella casa a me cara: “ Buon compleanno, papà!”
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Marco Talotta
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martedì, novembre 03, 2009
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mercoledì 7 ottobre 2009
La Sala Giochi
C’era un luogo proibito durante la mia adolescenza, un eden che si nascondeva dal traffico cittadino, che era sempre aperto a tutti sin dalle prime ore del mattino. Un paese dei balocchi che alzava la saracinesca praticamente quando il bidello apriva i cancelli di scuola. La sala giochi era per me ed i miei compagni di gioventù un altro livello dell’esistenza, un territorio al quale non importava affatto di appartenere al tempo, allo spazio o alla società esterna. Naturalmente, come tutte le cose esageratamente irresistibili e divertenti, l’ingresso in questo regno dell’arcade ci era strettamente vietato dalla maggior parte dei genitori. A dire il vero, comprendo adesso con più lucidità quali fossero i loro timori, a cominciare dal fatto che alla sala giochi fumavano tutti, e che era quello il posto dove i ragazzini provavano, spesso, la loro prima sigaretta. Senza contare il fatto che, sottobanco, poteva circolare qualcosa di più stupefacente del tabacco. Un altro, comprensibile motivo era che, oltre agli adolescenti stregati dai videogiochi, il luogo era frequentato da gente ben più matura, da perdigiorno che scommettevano soldi al biliardo o al calcio balilla e che, non di rado, non riuscivano a contenere la rissa. Così tu, povero quindicenne alle prese con i funghetti di Mario Bros,ti ritrovavi intrappolato nel bel mezzo di un' esplosione di violenza che aveva ben poco di virtuale. Un ulteriore punto a favore del genitore benpensante era il denaro che spendevamo per l’acquisto incontrollato dei gettoni. Ricordo per esempio che, all’arrivo di un nuovo cabinato con il gioco più in voga del momento, si formava una fila indescrivibile di ragazzini carichi dei crediti necessari per non soccombere al famigerato “Game Over”. Mi tornano in mente quei momenti adrenalinici in cui, prossimo alla morte nella mia avventura video ludica, strillavo al “capo” che stava alla cassa di portarmi in tempo ancora 2000 lire in gettoni. E poi ancora 1000 e ancora 1000, ogni volta che appariva la scritta”Continue”. Era curioso vedere come quel padre di famiglia, in canottiera, zoccoli e con la barba di 3 giorni, corresse prontamente per assistermi, comprendendo l’importanza del suo compito. Comunque, nonostante tutti gli avvertimenti vari, alla fine la sala giochi era, per me ed i miei amici, uno dei punti di ritrovo e di “decompressione” inevitabili. Se ci penso adesso, la magia di quello stanzone psichedelico stava nell’ entrarci all’ora di pranzo, quando le strade erano totalmente deserte, e trovarci senza preavviso il tuo migliore amico, tutto sudato, che smanettava sul joystick con assoluta dedizione. Era poi stranamente comune, in ogni sala giochi della zona, che ci fossero sempre dei piccoletti che giravano spingendo il dito su tutte le gettoniere dei flippers o dei videogames, sperando di trovarci qualche monetina incastrata per farsi una partitina gratis.
L’odore forte del fumo, i mille effetti sonori di giochi diversi che si accavallavano ipnoticamente, palle da biliardo che sbattevano sulle sponde spugnose, giocare al flipper con l’amico “una stecca ciascuno”, il botto della pallina del calcetto balilla che andava in goal, la felicità che iniziava con un “Insert Coin” e poi, senza realmente accorgertene, ti ritrovavi proiettato in un universo di orchi, idraulici, astronavi, gorilla, puzzles, enigmi e combattimenti sfrenati. Era questo il senso di quel luogo nelle nostre vite, questo e niente altro. Ho trascorso più di metà della mia “preparazione per gli Esami di Stato” attaccato al cabinato di un avvincentissimo videogioco di calcio col mio amico Ciccio, che si era trasferito da me per concentrarsi al meglio sullo studio. Del resto, quello era l’anno dei Mondiali di Calcio, nella vita vera, e noi ci eravamo fatti un po’ fuorviare. Ogni volta che aprivamo un libro, uno dei due cominciava a canticchiarne la sigletta di presentazione e così scappavamo subito a procurarci i gettoni. E quegli intensi pomeriggi con il mio amico storico, assorti nell’impresa di vincere una coppa poligonale, rimangono indelebili nella memoria più di qualsiasi altra nozione appresa durante i nostri ultimi istanti al liceo.
Poi ben presto, con l’avvento delle nuove, sempre più potenti consolle casalinghe, le sale giochi vennero quasi completamente disertate e si trasformarono in uno squallido ammasso di macchinette videopoker, frequentate perlopiù da un’utenza di over trentenni dallo sguardo non proprio divertito. Era la fine di un’era importante, anche se ancora non ce ne eravamo accorti. Era la fine della magia.
Mentre scrivo, mi accorgo di quanti anni siano passati dai miei giorni clandestini alla sala giochi dietro l’angolo, in quel paesino siciliano, e mi sembra tutto un sogno dolce e lontano. Adesso la gente gioca a casa, seduta sul divano, e gli amici li trova online. Niente gettoni. Ma questa storia non sta a me raccontarla.
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Marco Talotta
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mercoledì, ottobre 07, 2009
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martedì 22 settembre 2009
Non Si Sa
Sfugge via, come un soffio di vento invisibile che scuote gli alberi. E non si sa dove vada.
L’amore si perde tra gli altri oggetti smarriti, tra le scarpe dei bimbi e gli ombrelli dei viaggiatori.
Dolcemente. Lasciandoti una lacrima nel cuore scappa via. Dolcemente. E non si sa dove vada. Non si sa.
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Marco Talotta
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martedì, settembre 22, 2009
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venerdì 28 agosto 2009
La Beffa
A volte basta poco per scoppiare in una risata ebete al 100%. Ogni volta che guardo questa foto, scattata circa 5 anni fa a Milazzo, quasi mi prendono le convulsioni e comincio a parlare confusamente svariati linguaggi ormai scomparsi da secoli.
Era la fine di una delle nostre serate da scavezzacollo irresponsabili, senza una meta, un destino o un futuro quantomeno visibile. Eravamo, ed in fondo lo siamo ancora, pieni zeppi di quell’idiozia goliardica che si prende gioco anche della vita stessa. Quel dono mitologico che spesso rende le giornate non facili a chi ti sta vicino, che sia una moglie, una fidanzata o un semplice animale domestico. Ebbene, quella notte avevamo appena terminato una delle nostre temibili e avventurose scorribande nella cittadella ignara e dormiente. Quella Ford Fiesta d’annata aveva ben poco di terrestre, si diceva che la carrozzeria fosse stata rocambolescamente forgiata da fulmini e saette e rimodellata dall’incazzatissimo mare in tempesta. Il suo rombo brutale e lo stridere incontrollato delle ruote in curva erano un’espressione diretta della nostra insensata follia. Dietro di noi si stendeva una densa scia di caos, panico e letale gas organico prodotto incessantemente da mio fratello, il nostro esperto di esplosivi. Non ricordo bene a chi fosse venuta l’idea, probabilmente era il parto collettivo delle nostre menti illuminate, ma quella notte decidemmo di andare a trovare il nostro amico che già dormiva da tempo (un amico che adesso, per comodità, chiamerò Massimiliano B ) e di aspettarlo tutti nel portone del suo palazzo. Con la macchina.
Spalancammo brutalmente le porte dell’entrata e, mediante rozze manovre del bifolco conducente, ci facemmo strada -tra i molteplici scoppi della marmitta- nel cuore del palazzo silente, mentre ognuno di noi si contraeva in spasmi incontrollabili e piangeva dalle troppe risate.
Non mi è chiaro se questo sia solo il mio modo di ricordare l’accaduto, ma sono quasi certo che in quell’istante il tempo avesse rispettosamente rallentato la sua corsa e qualcuno del vicinato avesse suonato la tromba per celebrare l’ardita vittoria. A quel punto eravamo sudatissimi, completamente deliranti, ebbri di gloria e senza più voce, ma ci abbracciavamo lo stesso in slow-motion come tanti omosessuali in scatola.
Al ricordo, i posteri potranno certamente considerarci come dei “cafoni scellerati” o “irrispettosi mitomani”. Ma qualcuno, qualcuno molto più fico, ci chiamerà “leggende”.
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venerdì, agosto 28, 2009
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domenica 23 agosto 2009
La Sicilia Che Ne Sa
Che ne sa l’Isola che la Sua gente non è mai cambiata, che le loro gioie, guai e tormenti son sempre gli stessi, che niente si muove mai davvero.
Che ne sa della Mafia, dei supermercati, le auto o i motorini. O del ponte sullo Stretto.
Che ne sa delle elezioni, dell’inflazione, dei computer o dei carabinieri. Che ne sa del resto del mondo.
A Lei non importa, a queste cose non ci pensa. Lei conosce solo la roccia, il legno, la terra, l’erba ed il soffio del vento.
Che ne sa la Sicilia delle mattine a scuola, le cene al ristorante, dei pianti per amore o le risate con gli amici. Che ne sa della disoccupazione, della televisione, delle chiese o dei bar.
Lei sa che l’estate la terra brucia e d’inverno si sta freschi. E quando vuole farsi sentire fa parlare il vulcano.
Che ne sa la Sicilia degli orologi, gli scioperi, la musica, i vestiti, delle lotte o dei trionfi della gente.
Forse un giorno, all’improvviso, tutti gli uomini andranno via. E ci saranno più agrumi sui rami degli alberi, niente più rumore e meno nuvole nere a macchiare il Suo cielo.
Ma di questo la Sicilia non si preoccupa davvero. E sta lì tutto il tempo a fare il bagno, beata, tra il Tirreno, lo Ionio ed il Mediterraneo.
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domenica, agosto 23, 2009
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giovedì 16 luglio 2009
Presentazione del Libro dello Zio d'America
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giovedì, luglio 16, 2009
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sabato 20 giugno 2009
Sotto il Tendone del Circo
Sotto il tendone del circo la gente applaudiva, avevano appena annunciato l’arrivo del pagliaccio.
Ma lui non arrivava.
Era in un angolino, a testa bassa, nascosto dalle gabbie delle tigri. E sospirava. Era stanco di sorridere, di aver tutte le luci puntate su di lui. Stanco d’inciampare. All’improvviso quelle scarpe erano troppo lunghe, quel vestito troppo sgargiante, il trucco opprimente.
Il ruggito delle bestie lì davanti suonava come un pianto triste, era il lamento di chi è prigioniero e non riesce a rassegnarsi.
Era scappato di casa a 12 anni per seguire il carrozzone con tutte le sue meraviglie, con gli animali, i pagliacci, i coriandoli, la banda musicale e i riflettori. Adesso di anni ne aveva 52 e al suo paese ci voleva tornare. Chissà se mamma c’era ancora, chissà se l’aveva perdonato. Forse, nel panificio di fronte casa, facevano ancora quelle ciambelle calde da imbottire con la marmellata. E magari qualcuno, tra i compagni di gioco d’un tempo, l’avrebbe riconosciuto ed accolto con un abbraccio.
Così il clown, mentre il pubblico lo chiamava sempre più a gran voce dagli spalti, si alzò da quella panchetta, gettò a terra cappello e parrucca e si avviò convulsamente verso la sua roulotte. Mise la testa sotto il rubinetto e strofinò forte sul viso con un panno, lasciando gocciolare il trucco nel lavandino. Poi, ansiosamente, si guardò allo specchio. E con immenso orrore, con devastante repulsione, comprese. Capì che sotto quella maschera, sotto quella desolante bugia quotidiana, non era rimasto più niente. Non c’era più un volto, forma, espressione o parvenza di uomo. Il circo se l’era mangiata.
Sotto il tendone del circo, quella sera, tutti gli animali rimasero in silenzio. Qualcuno, inginocchiato in un carrozzone, si aggrappava alla foto di un bambino di 12 anni. E nonostante la gente avesse già svuotato da tempo le gradinate, trombe, sassofoni, piatti e tamburi strepitavano ancora in un folle delirio cacofonico. Come a voler coprire un pianto.
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sabato, giugno 20, 2009
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venerdì 5 giugno 2009
Saltano
Salta il fanciullo sul pratorincorrendo l’amico,
salta la punta sul disco
nel grammofono antico.
Saltan le pecore ad una ad una
quando mi voglio addormentare,
salta la terra per aria
alle bombe del militare.
Salta felice nel mare
l’immensa balena,
saltano i pesci in padella
mentre prepari la cena.
Salta nel petto il mio cuore
se ti vedo passare,
salta la pulce sul cucciolo
che si gratta il collare.
Salta l’atleta del circo
e sopra il pubblico vola,
salta la corda la bimba
che si sente un po’ sola.
Di tutti i balzi nel mondo uno è straordinario,
così veloce che ogni volta strabilia:
quando i giorni saltano avanti nel calendario
e mi ritrovo, d’Estate, nella mia Sicilia.
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venerdì, giugno 05, 2009
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mercoledì 20 maggio 2009
Sempre
Ti aspetterò sempre, come un bimbo che guarda nel cielo cercando un aereo.
E non dormirò mai. Mai.
Questa musica dolce che mi hai lasciato nel cuore mi terrà sveglio tutto il tempo, gentilmente.
E ogni giorno i miei occhi sapranno cercare solo te, ignorando la spiaggia e le grandi onde del mare.
Poi, una notte piena di vento arriverai da molto lontano. Mi porterai un sorriso, il tuo sorriso, e io sarò felice. Più vivo.
Come un bimbo che guardando nel cielo ha trovato un aereo.
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mercoledì, maggio 20, 2009
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giovedì 14 maggio 2009
Golden Fish
Pesce dorato, che solitario scivoli tra le acque scure del lago, so che mi hai perdonato. So che hai già dimenticato quel mattino, quando un amo ti ha strappato via dall’ombra del tuo regno incantato e quel filo, che non riuscivi a spezzare, ti ha tirato su verso qualcosa che ancora non comprendi. Chissà se hai avuto paura mentre lottavi come un guerriero e l’acqua, tutt’intorno, s’increspava in una simmetria perfetta di forza, grazia e dolore. E chissà a cosa pensavi quando, con fatica, finalmente ti ho preso tra le mani e mi hai guardato con quegli occhi pieni d’orgoglio. La nostra battaglia era finita e lo sapevi: stavi solo aspettando, confusamente, che qualcosa accadesse. Facevi un odore intenso di muschio, di fondali torbidi e remoti, di libertà senza confini. Nessuno ti aveva mai visto prima di quel giorno, e mai avrei sperato di osservare così da vicino la tua bellezza.
Eri una creatura prodigiosa della natura, pesce dorato, e alla natura ti ho voluto restituire. Con un guizzo poderoso mi hai salutato e sei sparito via nel nulla, come non fossi mai esistito realmente.
A me rimane soltanto una foto per ricordo e la sensazione, profonda, che non t’incontrerò mai più.
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giovedì, maggio 14, 2009
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domenica 3 maggio 2009
Marco Tornerà
Ogni giorno mi sveglio con un peso sul cuore, quando apro gli occhi e non trovo il mare. Quando fuori sul marciapiede le persone non parlano la mia lingua ed ogni cosa sembra grigia senza il sole. Così dall’America penso alla mia gente, lontana.
Madre, padre, fratello, amici di tutta una vita, io vi vedo sbiaditi dietro una finestra che non riesco ad aprire. E le ore, i giorni, le settimane, pian piano diventano anni.
Ho lasciato tutto alle spalle, spesso mi sembra anche di aver abbandonato per sempre la giovinezza. E l’unico conforto, consolazione dolceamara, sono i ricordi di un tempo e di un luogo a me cari. Così la primavera, questo inizio di Maggio, mi portano a pensare a quelle mattine quando mia madre preparava i panini con pomodoro e cotoletta, e gli amici suonavano al campanello di casa. Ci trovavamo tutti in Marina con macchine, scooter, radio, zaini e palloni. Poi si partiva per una lunga giornata di pic-nic, giochi, scherzi, corse tra gli ulivi e risate in compagnia. E tra musica, birra e qualche sigaretta, sbocciavano e appassivano amori di un’adolescenza che avrebbe segnato, profondamente, le nostre vite. Ricordo che quelli erano i giorni in cui indossavamo la prima maglietta con le maniche corte, e qualche coraggioso si tuffava a mare per inaugurare la stagione dei bagni. A quel punto l’estate siciliana, il periodo più atteso da ognuno di noi, si faceva sempre più vicina. Finalmente mettevo a punto il motorino, risvegliandolo dal forzato letargo invernale, e guidavo senza pensieri verso il Capo della città, passando dalla strada Panoramica e godendomi ogni istante del percorso. Era una sensazione di felicità semplice e bellissima. Adesso che ci penso non credo che ci sia niente di meglio a cui aspirare.
Oggi, 3 Maggio 2009, sono qui, oltre quest’oceano che mi separa da tutto, e penso alle mie passeggiate solitarie al cimitero di Milazzo, solo per assorbire quel silenzio. Ricordo l’odore pungente dei fiori che appassivano nei vasi e le foto sulle tombe che alimentavano la mia immaginazione. Ogni lapide aveva una storia, nella calura di quei pomeriggi pensierosi, e al mio cammino tutto restava immobile ed eterno, sospeso nell’ immutabilità di quel luogo. Sospeso come le volte che lasciavo casa dopo pranzo, in sella alla mia nuova bici da corsa rossa, e pedalavo verso il porto per guardare le navi da vicino, per sentire l’odore delle onde che carezzavano il molo. Sbirciavo dentro il secchio dei pescatori con curiosità, mentre gli aliscafi tornavano uno ad uno dalle isole, ed il pensiero dei compiti di scuola si faceva sempre più pressante.
A volte passavo ore ed ore alla Croce di Mare, senza che nessuno sapesse che ero lì. Mi perdevo in quell’angolo di mondo, seduto sulla carcassa di una barca o arrampicandomi tra le rocce per contemplare i fondali, attraverso il verde-azzurro di quelle acque trasparenti.
Un pomeriggio estivo dei miei quindici anni, quando la scuola era appena finita, mi ritrovai in spiaggia con gli amici, travolto dall’allegria spensierata della gioventù e pensai –lo giuro- che quel momento nel tempo fosse perfetto. Non avrei mai voluto che niente e nessuno me lo portasse via o ne cambiasse anche una minima parte. E quell’istante, dopo 17 anni, lo puoi trovare ancora sul mio viso.
Perché c’è una sola vita, una sola storia per un uomo. E la mia sta tutta lì.
Apro la porta del mio appartamento a Washington ed esco fuori, portando nel petto queste vecchie emozioni siciliane, che nessuno per strada può davvero capire. Ed in cuor mio so, lo sento, che un giorno tornerò.
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Marco Talotta
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domenica, maggio 03, 2009
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mercoledì 15 aprile 2009
Ritorno all'Innocenza
"Return to Innocence" degli Enigma è uno dei video musicali ai quali ero piu' legato. L'ho riscoperto su YouTube recentemente ( http://www.youtube.com/watch?v=-JpJjsHgYHA ) e, dopo tanto tempo, col passare degli anni e l' allontanamento dalla mia terra e dalla sua natura, quel ritorno all'innocenza acquista per me un valore ancora piu' profondo. Sin dalla prima immagine del vecchio che si spegne sul prato, salutato dagli uccellini, di fronte al suo albero di pere e al blu sereno del cielo.
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mercoledì, aprile 15, 2009
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sabato 21 marzo 2009
Una Memoria dal Futuro
L’immagine che vedete qui sopra è un ricordo ancestrale che riaffiora periodicamente nella mia vita, una scheggia di memoria che sale a galla senza preavviso, sin da quel pomeriggio. Quel giorno dei miei otto anni quando mio padre, dopo i compiti, mi portò al cinema con lui. Guardavamo spesso cartoni animati come “Gli Aristogatti”, oppure lungometraggi con Mazinga e Goldrake. Quella volta, invece, davano un film cupo di cui neanche oggi conosco il titolo, nonostante mi sforzi in ogni modo di identificarlo. La trama era probabilmente troppo elaborata perché la potessi capire fino in fondo, ma mi ricordo che c’erano degli uomini che combattevano all’interno di mezzi galleggianti sul mare, claustrofobici e dalla forma molto squadrata. E che poi, improvvisamente, successe qualcosa che sarebbe rimasto con me per sempre: qualcuno, da una spiaggia deserta, gridò un comando rivolto all’oceano ed un’armata di uomini-pesce, lentamente, silenziosamente, cominciò ad uscire dalle acque. Avevo un cuore troppo piccolo per contenere l’emozione di quella sorpresa. E provai la strana, assurda, illogica sensazione che quella fosse una scena che avessi già visto o vissuto, o che perlomeno avesse un significato profondo, un nesso segreto che con il tempo avrei scoperto. Era un misto sensoriale di acqua salata, quiete lontana, distorsione sonora delle profondità, percezione di mondi nascosti sotto la superficie, misteriosità degli abissi.
Qualcosa di molto importante è, è stato o sarà sul fondo del mare, lo sento anche adesso. E come quella sera di tanti anni fa, mentre tornavo a casa per mano di mio padre, mi domando ancora cosa voglia dire quell’emozione così profonda ed inusuale. E se quell’immagine del passato fosse un punto di partenza, o l’arrivo inaspettato e precoce di una rivelazione.
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sabato, marzo 21, 2009
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giovedì 12 febbraio 2009
Accadde un Martedi'
Era uno di quei martedì d’inverno freddi, secchi, grigi, non in sintonia. Un martedì come oggi. Perso senza rimedio nella routine che mi annullava, d’impulso abbandonai il lavoro e corsi affannosamente verso casa. Mi ritrovai ad aprire, con sorpresa, ogni armadio, anta o cassetto dell’appartamento. E dall’interno caddero per terra, schiantandosi, parole su parole su parole, come una cascata, un’esplosione inarrestabile, un vortice confuso e rabbioso. Erano parole mai dette, mai pronunciate, mai neanche sussurrate. Le avevo chiuse, sigillate lì. Mai usate per rispetto, compassione, gentilezza o per errore. Adesso erano per terra, dappertutto, inondavano il soggiorno e spingevano sulla porta. In pochi minuti si trovavano già fuori, nel mondo, arrampicandosi sulle auto, i negozi ed i palazzi, facendosi largo tra la gente per strada che le ascoltava e piangeva, rideva, si arrabbiava, si intristiva, si offendeva o ne gioiva. Non riuscii a rendermi conto di cosa stesse succedendo, o se stesse accadendo davvero. Poi, quasi subito, tornò il silenzio. Un silenzio surreale. Pochi notarono che per qualche secondo, quasi impercettibilmente, tutto sembrò rimanere sospeso, come se il tempo cessasse di esistere. Non so ancora cosa avvenne in realtà.
Quel pomeriggio, quel martedì inaspettato, mi sentii come se fossi guarito da un malanno, come se fossi più leggero, più vero. Anche se ormai non avevo più niente d’importante da dire.
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giovedì, febbraio 12, 2009
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venerdì 23 gennaio 2009
Le Scarpe Volanti di Capitan Jet - Capitolo 1
"Alzati, è tardi ! " strillò la mamma scuotendolo un po’. " Alzati, Howard, farai di nuovo tardi a scuola !! " Ma Howard stava ancora sognando, volava spensierato nei cieli di Chissaddove insieme al suo eroe, in fondo la maestra Castlemain poteva anche aspettare...
La mamma dovette afferrarlo per i piedi e trascinarlo giù dal letto fino al corridoio. Poi, quando finalmente il marmocchio trovò la forza e la coordinazione per aprire gli occhi, cominciò ad arrancare stancamente verso il televisore, inciampando più di una volta nei suoi calzini scesi. Ed eccolo già lì in cucina, sommerso dai mille cereali multivitaminici della sua colazione forzata, davanti ad un’altra imperdibile, epica, memorabile ed emozionante avventura del cartone più bello di tutti. " Leggero come una piuma, veloce più del vento, Capitan Jet vola con le sue scarpe d’argento ! " strillò la sigla affascinandolo sempre come la prima volta. E così, anche quella mattina ce l’aveva fatta : niente e nessuno al mondo avrebbe potuto distoglierlo da un evento di simile grandezza. " Scappa... Corri... Attentooo !!! " gridò dalla tavola il ragazzino, impugnando la sua spada interdimensionale improvvisata, a forma di cucchiaio." Si... bravo... così !! " E intanto quello schermo ipnotizzante diventava sempre più un vortice d’azione, di pericoli, combattimenti e acrobazie, adesso Capitan Jet sembrava avesse preso una delle sue coraggiose decisioni, era ormai pronto, stava per... stava per... ZZZOT. La mamma aveva spento la TV. Punto. Niente finale dell’episodio, nessuna vittoria del bene cosmico sul male ancestrale, zero catarsi, solo una corsa disperata per arrivare in tempo alla grigia-noiosa-severa-nonmipiaceneancheunpò scuola. Howard, con il viso ancora vistosamente paralizzato dalla shockante interruzione e neanche il tempo minimo per lamentarsi con efficacia, schizzò via nella sua camera e tirò giù maldestramente i vestiti dall’armadio. Prese poi le scarpe da sotto il letto, le infilò nei piedi tra mille titanici sforzi e.. " Ma un momento... " esclamò quel mancato scolaro, sempre più in ritardo " Un momento... questi non ci sono mai stati sotto il mio letto !" Si chinò di nuovo e prese incuriosito un paio di stivaletti della sua misura. Erano nuovi e lucidissimi, di un giallo che non poteva e non avrebbe mai potuto essere di moda. " Strano, sarà una sorpresa di mamma e papà ! " " Ma se li metto adesso-pensò tra sé- Steve e gli altri mi diranno che ho delle banane ai piedi!" Così li lasciò sul pavimento, salutò di corsa la mamma esibendo lo sguardo di chi non ha ancora perdonato, e trascinò il suo gigantesco zainetto fino alla strada. Fece i consueti due isolati e andò a prendere il povero Ralph che, come al solito, lo stava aspettando da chissà quanto. Ralph viveva dai Perkins, la famiglia più antipatica e irritante di tutto il quartiere, era stato adottato. I suoi veri genitori avevano perso la vita in uno sfortunato incidente d’auto, lo stesso che aveva privato lui dell’uso delle gambe. Howard non aveva mai conosciuto una persona così infelice, per questo cercava sempre di stargli vicino. I due, col tempo, erano diventati grandi amici." Scommetto che oggi ti sei svegliato all’alba ! >> disse Ralph burlandosi dell’amico." Scusa-scusa... mi dispiace ! Hai aspettato molto, vero ? " rispose il nostro protagonista, mortificato per non avere una giustificazione valida." Non fa niente !-esclamò ironicamente guardando la sua sedia a rotelle- Questa carrozzina era arrugginita già da prima... andiamo a scuola !"Proprio in quel momento, una mano robusta ed irsuta aprì minacciosamente la finestra del piano superiore : era papà Perkins. " Non siete ancora a scuola ? Cosa diavolo ci fate nel mio giardino a parlottare, dannati imbecilli smidollati ?" Prese un po’ di fiato e poi emise un boato raccapricciante :
" VIAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!! "
I due si allontanarono storditi e in tutta fretta, mentre la mamma Perkins aveva cominciato ad imprecare e il cane Perkins ad abbaiare.E così, quel giorno, Howard e Ralph arrivarono giusto in tempo per non essere chiusi fuori dal cancello di quell’odiato edificio, provando la fastidiosa sensazione di chi si getta con tempismo tra le fauci di uno squalo.
TO BE CONTINUED
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Marco Talotta
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venerdì, gennaio 23, 2009
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