giovedì 23 febbraio 2012

Un Nuovo Mondo



Nell'ultimo giorno del Grande Attacco, tra le macerie, un uomo ed una donna si trovarono vivi tra i morti. Avevano perso tutto. Si guardarono per la prima volta, ed in quel secondo capirono che non avevano mai avuto davvero niente. Insieme camminarono tra sentieri di cenere e tristi frammenti di passato. Per terra trovarono quello che restava del gioco di un bambino, poi stracci, cocci di ogni genere e carcasse di animali. Nei tubi dei respiratori, che gli avvolgevano il collo,  penetrava l'odore orribile di carne, plastica e gomma bruciate insieme. Neanche le sirene suonavano più, erano state anch'esse annullate da una potenza spaventosa, da quella furia inattesa e spietata che aveva colpito ogni cosa. I due cercarono di non piangere e proseguirono. Poi, luccicante sotto quel sole che diveniva sempre più scuro e malato,  la videro. Aveva la forma di una creatura marina, sembrava come una grande manta metallica. Uno degli Incursori giaceva senza vita all'interno di quella navetta, che non pareva danneggiata. L'uomo cercò subito di avvicinarvisi, ma la donna lo trattenne e gli parlò,  per la prima volta: "...Troppo dolore, troppi morti...stanne lontano!" Lui non si fermò e si fece strada tra la fessura d'entrata sotto un'ala del mezzo, era il suo istinto a dirgli che non vi era alcun pericolo. Con grande sforzo e repulsione spinse fuori la creatura squamosa, dal cui torace continuava a gocciolare un siero giallastro. Poi, fece un cenno alla sua compagna di fortuna. Adesso, come se non avessero altra alternativa,  quasi per nascondersi dall'orrore tutt'intorno, si trovavano insieme dentro la corazza lucida di un congegno alieno. Si sentirono subito male, la testa girava, le gambe si facevano deboli, il petto sembrava voler essere risucchiato dall'unico oggetto presente lì dentro. Era una grossa pietra di un colore vagamente simile al viola, ma molto più intenso, di una consistenza che oscillava continuamente dal liquido al solido. La pietra sembrava voler comunicare con l'essenza più intima del suo nuovo equipaggio, cercava di carpire informazioni all'interno di quelle anime martoriate dagli eventi. Poi la navetta iniziò a vibrare, prima impercettibilmente, in seguito con una potenza inaudita. L'uomo e la donna non compresero, si strinsero, temettero e forse sperarono che tutto stesse per finire. Non si stavano muovendo, o almeno così pareva. Dopo qualche secondo, ebbero la sensazione di sgusciare sotto un velo leggermente elettrico, avvertirono un sibilo curioso e poi più nulla. La donna finalmente pianse, e quando guardò fuori  si rese conto di trovarsi in un luogo completamente diverso. Sporse la testa all'esterno della navetta e sentì, attraverso quella maschera che le opprimeva il viso, un odore fortissimo. Proveniva da milioni di ciuffi verdi che spuntavano dal terreno, dappertutto. Poi scorse il grosso tronco di quello che sembrava un albero, non lontano da loro, dalla forma molto regolare e di un insolito colore marrone.  Esseri volanti e con solo un becco planavano leggeri su una distesa d'acqua trasparentissima, che non pareva emanare alcun vapore tossico. L'aria era fresca, pungente, apriva i polmoni. Non vi era traccia di nebbia, gas o fumi di alcun genere. Il sole era di un giallo inimmaginabile. Gettarono su quel suolo soffice le loro maschere filtranti e respirarono da soli, per la prima volta. E, come non accadeva da moltissimo tempo, sorrisero. Erano in un luogo lontano, in un mondo sconosciuto, ma dove?  Tutto era vagamente simile al loro pianeta, ma allo stesso tempo incredibilmente differente, meravigliosamente più complesso, armonioso. "E se gli Anziani avessero sempre avuto ragione? - formulò l' uomo con voce tremula- ... E se questi degli Incursori - proseguì - non fossero dei vascelli spaziali...ma veicoli interdimensionali?" La donna si mise le mani al volto, pensierosamente: " Potremmo non aver mai lasciato casa...forse siamo sempre qui, sulla Terra, ma in una dimensione diversa! " concluse. Poi una lunga pausa di silenzio, rotta dal cinguettare allegro dei volatili lassù. Forse i due erano davvero  arrivati lì per un motivo preciso. Era una sensazione strana, scomoda. Per un nuovo inizio, bisognava passare attraverso la fine. Ma quel mondo sembrava non sposarsi bene con ansie e preoccupazioni, così la donna si tolse di dosso la tuta di contenimento, annerita dai detriti, e si tuffò tra le acque con una leggerezza dimenticata. "Mi chiamo Eva...e il tuo nome qual é?"
" Il mio nome é Adamo! " rispose l'uomo denudandosi, e con un balzo la raggiunse in quello specchio azzurro di paradiso.

lunedì 9 gennaio 2012

Lo Scrigno


Ho uno scrigno, nel petto. Come una salvezza. Quando non c'é piú piú luce attorno lo apro e vedo me, da bambino, che con mio fratello guardo i cartoni animati giapponesi. Ci trovo dentro le recite buffe alla scuola elementare, i lavoretti fatti per la festa della mamma, la mia maestra e tutti i compagni di scuola. Sono un bimbetto con gli occhiali ed i capelli con la riga, come papá. Poi un ragazzino che legge i suoi fumetti mentre tutti dormono, perso tra le meraviglie di mondi irreali. Tra quei tesori scorgo le corse in motorino con l' amico di turno, i primi appuntamenti con le ragazze, i volti e le emozioni di ogni mio amore passato, i lunghi viaggi su di un treno sudicio, dal quale mi sporgo e trovo fuori il mare della mia terra. Gli arrivi a tutte le stazioni o gli aeroporti, dove una madre e un padre amorevoli mi hanno sempre aspettato. E poi mi aggrappo a quella giovinezza che non é voluta mai andar via, ai sogni che col tempo sono sempre gli stessi, alla semplicitá e all'innocenza delle cose piú belle.
Apro lo scrigno e mi fermo ad ammirare quello splendore, a sorridere, a piangere, a sorprendermi di quante cose cambino durante una sola vita. Poi lo richiudo con gentilezza, caramente, con attenzione, mentre il sole ritorna nella stanza. E questo circo imperfetto, questo battello esile in un mare di misteri, continua la sua strada verso chissá dove.

sabato 24 dicembre 2011

Buone Feste dal Mio Ometto che Cresce

    ( Clicca sulle foto per ingrandire )                                                 
                                                                                                    

martedì 15 novembre 2011

Acqua, Terra, Braccia, Gambe e Ruote : "Leonardo Triathlon Milazzo"


Acqua, terra, braccia, gambe e ruote.
Dal molo, dalla spiaggia, dagli scogli saltano in quel mare dove tonni e pescispada nuotano da sempre, dove riecheggia ancora l'audacia dei romani sui cartaginesi.  Scivolano leggeri nelle acque tra Ponente e Levante, in quello specchio cristallino che li inebria. E' un mondo azzurro fatto di pace e armonia.

Acqua, terra, braccia, gambe e ruote.
Spingono sui pedali di quei destrieri d'acciaio, tagliando l'aria mentre la gente si sporge da marciapiedi e balconi . La folla  grida il suo entusiasmo e sembra , per un istante, che Via Umberto I rimanga sospesa in quell'attimo di ardore. Lo sport risveglia i cuori e le anime che dormono, li scuote dal torpore. Le ruote scorrono per strada veloci, ritmiche, frenetiche, accendono gli sguardi che incontrano ad uno ad uno. Un ragazzino osserva le bici in curva, che sembrano volare, e sogna che un giorno il campione sarà lui.

Acqua, terra, braccia, gambe e ruote.
Corrono per  quelle strade percorse da Garibaldi,  sfiorando le barche dei pescatori di Vaccarella, tra vie, chiese e palazzi che il tempo non ha mai cambiato. Poi un corridore  alza lo sguardo ed incontra il castello. E corpo, mente e cuore si riallineano, si purificano in quel momento eterno che dà forza alle sue gambe.
Cullati dalle onde, dall'erba, dalla terra generosa di Milazzo, abbracciati dalla storia, gli atleti sanno di aver già vinto la loro sfida.

Acqua, terra, braccia, gambe e ruote.
Gloria di uomini d'altre epoche in un'isola antica e fiera. Prodigiosi talenti che si esprimono. Dal nome di un bimbo felice, il gruppo "Leonardo Triathlon" nuota,  pedala,  corre  ogni volta verso la libertà, la speranza. Un sogno nobile , divenuto reale.

Acqua, terra, braccia, gambe e ruote. E uomini, donne,  ragazzi e ragazze si incontrano di nuovo lontani da scuse, lamenti, tristezza o apatia. Loro si spingono verso il futuro tra impegno, fatica, sudore e gloria. Per sentirsi immortali ancora per un altro giorno. 



mercoledì 21 settembre 2011

Recensione di Super 8 (Versione Integrale), Pubblicata sul Numero di Settembre del Magazine "XTimes"



1979. Una notte qualunque a Lillian, piccola cittadina nell'Ohio. 5 ragazzini stanno girando un film di zombie amatoriale, in formato super 8 (da qui il titolo del film), sfruttando il suggestivo scenario di una stazione ferroviaria in disuso. Quello che Joe, Charles, Cary, Martin, Preston e Alice non sanno ancora  è che qualcosa, qualcosa di eccezionalmente  fuori dall'ordinario sta per stravolgere le loro vite per sempre. Nella frazione di pochi secondi, qualcuno guiderà un fuoristrada in direzione del treno in corsa che si avvicina all'orizzonte, il quale deraglierà disastrosamente a pochi metri da quel set improvvisato. Da uno dei tanti vagoni semidistrutti verrà fuori una misteriosa creatura dalle dimensioni imponenti, che si allontanerà istintivamente dalla zona del disastro. Tra le macerie, gli atterriti teenagers troveranno una quantità impressionante di strani cubi di colore bianco e, come se lo shock accumulato da un evento così drammatico non bastasse, i 5 si ritroveranno faccia a faccia con il conducente dell'auto che aveva scatenato il disastro. Ancora imprigionato tra le lamiere della vettura, ferito gravemente, l'uomo non è altro che il professore di biologia della loro scuola che, pistola alla mano,  intimerà loro di andar via subito e di non parlare a nessuno dell'accaduto. Qualche secondo dopo, quando i ragazzini sono già in una folle fuga verso le rispettive case, i militari dell'Air Force raggiungono il luogo dell'incidente ed iniziano a circoscrivere la zona. Niente sarà più lo stesso.
Scritto e diretto da J.J. Abrams  (Lost, Cloverfield, Star Trek) e prodotto da Spielberg (avete davvero bisogno che ve lo presenti?), il film è uscito negli Stati Uniti il 10 Giugno 2011, ma verrà distribuito nelle sale italiane solamente il 9 Settembre. Facendo parte di quel pubblico americano che lo ha visto nella sua release date originale, vi anticipo subito che Super 8 non offre niente di nuovo o rivoluzionario, ma che  il suo valore sta proprio in quella sua nostalgia per le pellicole a cavallo fra gli anni '70 ed '80, di quando tutto era più leggero e spensierato, di quando si era giovani e si correva liberi e senza stancarsi mai. Con un gruppetto di ragazzini come protagonisti dell'avventura, così magnificamente caratterizzato, non pochi spettatori sorrideranno nel ritrovarsi indietro nel tempo, inaspettatamente, ammaliati da quell'atmosfera tipica di film quali E.T., Stand By Me, Piramide di Paura, Explorers e, naturalmente, I Goonies.
Già nella primissima scena, che ci informa della morte della madre di Joe in un incidente sul lavoro, con conseguente funerale, traspare tutta l'abilità narrativa di Abrams, che descrive l'accaduto solamente mediante l'uso di immagini, con un'efficacia immensamente superiore a qualsiasi parola o dialogo descrittivo. Davvero brillante, se volete il mio parere.
Il film continua poi la sua corsa con un ritmo molto emozionante ed intenso, che coinvolge lo spettatore anche grazie alle straordinarie interpretazioni dei suoi giovani attori (guardate, per esempio, la scena in cui Alice piange sul set del loro cortometraggio amatoriale, o provate a non affezionarvi e sentire un po' di compassione per il povero Joe Lamb).
La parte iniziale del film, con i cani della cittadina che scappano via chissà dove, oggetti metallici che spariscono, due genitori rivali che non riescono a riappacificarsi, la storia d'amore che sembra dover sbocciare tra Joe ed Alice, contribuisce mirabilmente a creare una grande anticipazione nello spettatore. Sono presenti anche momenti di comicità, di allegria giovanile strappata a quegli eventi così traumatici per la cittadina di Lillian. Io ricordo divertito, per citarne solo uno, quando i protagonisti consumano un pasto in un diner e Cary si lamenta con l'amico Charles, 13enne sovrappeso, che sta ingurgitando tutte le patatine presenti sul tavolo. Cary chiamerà  la cameriera e le chiederà, con fare serio:" Could we get another order of fries? Because my friend here is fat!" ("Puoi portarci ancora patatine? Perchè il mio amico, qui, è grasso!").
Nonostante abbia apprezzato Super 8, ammetto di aver trovato la sua debolezza nella parte finale. Ho come l'impressione che J.J. Abrams , come del resto nella serie di Lost, sia stato capace di creare una grandissima tensione ed attesa, ma che non sia riuscito pienamente a fornire una conclusione solida e degna di un'intelaiatura così sapientemente costruita. Ad esser sincero, non nascondo di esser rimasto deluso anche dall'essere alieno nel film. Quando Abrams immagina una creatura (vedi anche Cloverfield) è sempre gigantesca e la si può intravedere, parzialmente, solo in qualche frame. Dai primissimi trailers e pubblicità che circolavano mesi fa, per il tipo di storia che s'intuiva da quei pochi flash, mi sarei aspettato sinceramente un alieno di tipo umanoide ma, alla fine,  credo che questa sia una questione di gusti. Poi, fatico ad accettare l'altro  stereotipo secondo il quale un essere, venuto da chissà quale galassia, debba cibarsi necessariamente di carne umana. Volendo inoltre commentare una delle tante reminiscenze-omaggio a Spielberg, presenti in tutto il film, devo osservare che il protagonista di Super 8 non raggiunge mai quel profondo contatto emotivo con la creatura, che il grande Steven era riuscito a tratteggiare magicamente in E.T.  Succede in una maniera quasi sbrigativa, solo nel finale e senza lasciare davvero il segno. Poi quel povero essere alieno, tenuto come prigioniero da noi umani e non aiutato, riesce finalmente ad ultimare la sua astronave, unendo i milioni di cubi con parti metalliche,  e vola via lontanissimo, mentre le macerie cadono sui militari in puro stile  (ancora) spielberghiano. Un film da vedere sicuramente, senza farsi montare troppo dall'hype mediatico che lo circonda. Guardatelo, insomma, con gli occhi di un ragazzino.

Consiglio finale: non alzatevi troppo presto dalle vostre sedie e godetevi l'adorabile  filmino di zombie durante i crediti finali, frutto della fatica di 5 filmakers in erba molto speciali..

giovedì 8 settembre 2011

"Milazzo". Testo: Marco Talotta - Foto: Giuseppe La Spada (http://www.flickr.com/photos/gls_italy/ )



Amore d'infanzia che fa le guance rosse, di quando da bambino saltavo sul muretto di fronte scuola, cartella in spalla. Nessuno sa davvero che ci sei, Milazzo. Unita al mondo da un soffio di terra, il resto è rapito dal mare.

Amore di giovinezza mai dimenticato. Gli scogli che odoravano di sale, in quei pomeriggi senza voglia di studiare. E mille meraviglie scoperte da ragazzi, tra il centro, le salite e le stradine.

Amore tradito e abbandonato, dei miei anni lontani da te. Ricordo quel mercoledì d'inverno di tanti anni fa, quando misi l'anima nella valigia e, da lì, lei non volle mai uscire. Ad una ad una vedo le facce di tutti i tuoi figli che sono dovuti andar via, e ancora piangono guardandosi indietro.
Sei tu la casa che mi aspetta, Milazzo. Sei una musica lontana e sublime, che sento ancora da oltre l'oceano.
 E scorgo i colombi del palazzo del Comune, mentre si alzano in volo. Sono un ventaglio bianco e grigio che avvolge la strada per un attimo.
E le barche dei pescatori riposano sulla spiaggia, dopo una giornata a cavallo del blu.
Sul lungomare le famiglie, i ragazzi, i vecchi e tutti passeggiano, giocano, scherzano, discutono. Qualcuno, alzando gli occhi, troverà il salto dei delfini all'orizzonte e non lo scorderà mai.
Al porto, lì vicino, le navi non hanno mai smesso di attraccare e di ripartire. Passa la processione, di fronte in strada, e sul fragore della banda mi risveglio da questo sogno fatto troppe volte.

In questi miei anni lontano, da te e da tutti, ho trovato una consolazione, come una carezza su di un cuore stanco che non sa più davvero gioire.
Non importa cosa succederà e dove mi porterà questo mio vagare, Milazzo. Un giorno sarò una delle tante pietre nel tuo cimitero. E riposerò, sereno, cullandomi in un amore perduto e per sempre ritrovato.

lunedì 1 agosto 2011

1IDEA = 1APP: La Lista dei 10 Vincitori



[Articolo tratto dal blog di MobileSchool (http://www.mobileschool.it/blog/) ]                                     " Come vi avevamo anticipato su Facebook e Twitter nei giorni scorsi, la nostra giuria ha passato l’intero mese ad esaminare le proposte ricevute per il contest 1idea=1app. La giuria composta da Emma Tracanella, Luca Panzarella, Federico Hertel Gherardi, Alberto D’Ottavi e Andrea Carnevali ha selezionato le 10 idee che si aggiudicano:
- 1 biglietto omaggio per un corso a scelta organizzato da Mobile School durante tutto il 2011
- 3 biglietti di riduzione del 50% per un corso a scelta organizzato da Mobile School durante tutto il 2011
Ma non è tutto. Tra queste idee “si nasconde” anche l’app che si aggiudica la vittoria assoluta, e che sarà quindi sviluppata e promossa da Mobilezr e Republic+Queen.
Ecco i vincitori (in ordine alfabetico):
C. Antonacci - ”Svegliarsi Bene (SB) / Wake up Well (WW) ”
Cristian Contini - MyTassametro
Roberto Forleo - My Fountain
Antonio Ligotino - Find my Gate
Augusto Russo - ASAPP
Thomas Salerno - Batch
Antonio Solano - myVet
Marco Talotta - Not a Fun Day on the Bridge
Gabriella Trapani - Sharing Wardrobe
Alessandro Varone - Dove scendo?
Complimenti a tutti i partecipanti e ai 10 finalisti. Non è stato facile scegliere tra le tante proposte arrivate.
Continuate a seguirci, domani annunceremo il vincitore assoluto. "

martedì 12 aprile 2011

L'Ultimo Giorno



La folla scappa per le strade, qualcuno grida che hanno calpestato l’ultimo fiore, che l’ultimo degli alberi è caduto. E che, stamattina, l’ultima bomba dell’ultima guerra scoppierà. Il cielo è di un color grigio avvelenato, si riflette su quel mare senza pesci che nessuno può toccare. Squillano le sirene e uomini, donne e bambini sgomitano, si spingono tra loro, corrono e non sanno dove vanno. Si trascinano su quelle soffici collinette di spazzatura, ammassandosi e gridando come bestie atterrite. E la cattiveria, la crudeltà di quegli occhi, fa fuggir via anche i topi.

I vecchi sono seduti ad aspettare già da tempo, fumando pile di sigarette che li fanno tossire. Suonano come un’orchestrina stanca e stonata, che vuol soltanto tornare a dormire.  Loro non hanno paura, non provano rabbia, ma tra le rughe del volto gli leggi tristezza e delusione.
Prendo in braccio il mio unico figlio, così piccolo che non comprende, e gli dico che mi dispiace davvero. Gli spiego che domani non sarà la fine del mondo, come dicono tutti, ma sarà la fine di noi stessi. Qualcosa, forse un insetto o creatura microscopica sopravviverà e si moltiplicherà, ripopolando le macerie di questa terra tradita. Perché noi, esseri intelligenti, abbiamo scelto cosí.  Alzo lo sguardo e scorgo degli aerei così grandi che coprono il sole. Poi nessuno, nessuno al mondo, vede più nulla.

martedì 1 marzo 2011

"Un Attimo Leggero Dentro un Sogno". Testo: Marco Talotta - Foto: Salvo Bombara (http://www.flickr.com/photos/coldsummerpics/)


Il tempo si ferma e tu ritorni bambina, nel mare eterno che ti ha visto nascere, che un giorno ti vedrà andar via. Liberi l’anima nel vento fresco che scuote vesti e capelli, rabbia e pensieri. Schiuma di onde come carezze gentili sul viso, cielo che sembra ammirarti da lassù.  Tutto, intorno, esiste solo per te. E’un sogno fatto un pomeriggio d’estate, o forse realtà. Non sei mai stata così felice, così vera. Nessuno al mondo sa che sei lì.

E poi, un mattino, ti ritroverai cresciuta e lontana da quel blu perfetto, dal fragore inebriante di quel silenzio. E quell’emozione perduta sarà il ricordo più caro. Ti sveglierai e guarderai fuori da chissà quale finestra, tra mille palazzi grigi che soffocano i giorni, cercando smarrita quel frammento innocente del passato. E la spiaggia, sempre lì e sempre uguale, lo custodirà per te, senza mai perderlo o sciuparlo. Quell’attimo leggero dentro un sogno, che non hai mai dimenticato.





-English Version- :  A Light Moment Inside a Dream

Time stops and you’re a little girl again, in the eternal sea which saw you being born, which one day will see you go away. You free your soul in the cool wind that shakes clothes and hair, anger and worries. Foam from the waves like gentle caresses on your face, sky that seems to admire you from above. Everything around exists only for you. It’s a dream had on a summer afternoon, or maybe it’s real life. You've never been so happy, so true. Nobody in the world knows that you're there. 

And then, one morning, you will find yourself grown up and far away from that perfect blue, from the intoxicating roar of that 
silence. And that lost emotion will become your most precious memory. You will wake up and look out from who knows what window, among a thousand gray buildings that suffocate the day, searching bewilderedly for that innocent fragment of the past. And the beach, still there and still the same, will keep it for you, without ever losing it or spoiling it. That  light moment inside a dream, that you never forgot. 

venerdì 11 febbraio 2011

Un Giorno


Un giorno verrò dal nulla e passerò a prenderti, ovunque tu sia lo sentirò. Con uno sguardo capirai e mi farai un sorriso. Niente e nessuno oserà toccarci. E voleremo via, lontano da chi non comprende, verso i luoghi che puoi vedere quando chiudi gli occhi. A piedi nudi accarezzeremo il verde di freschi prati, ammireremo il ruscello che sembra far  piangere la collina. “Ma dove vanno ?”mi chiederai poi indicando il volo degli uccelli.”Non lo so –risponderò- io so solo che ti amo !”
E continueremo a camminare per mano, nel mondo che esiste nei nostri cuori, ridendo come i ragazzini. 

mercoledì 2 febbraio 2011

Pensiero



Di tutte le cose che ho in testa, di tutte le ansie, i dubbi e i pensieri, scelgo sempre quello di ritornare a casa, di abbracciarti di nuovo e rimanere così, in quel calore buono, su quel divano che è la nostra isola perduta.

mercoledì 12 gennaio 2011

Apparizione (A Sorpresa) sulla Rivista X Times



(clicca sulla foto per ingrandire)


Mi e'appena giunta notizia  di essere  stato citato (con foto) e salutato, quale fedelissimo lettore, sul numero di Gennaio del magazine di ufologia "X Times".
Seguo X Times fin dagli albori, anzi anche da prima, quando si chiamava "Area 51'. Vivevo ancora in Italia, e ricordo che divoravo ogni uscita del giornale in una sola nottata. Poi mi addormentavo, ogni volta, fantasticando su mondi, pianeti e teorie incredibili.  Sono sempre stato attratto da quello stile grafico accattivante e dal loro modo particolare di trattare l'ufologia, che affianca ad una metodologia scientifica  un'apertura mentale non comune nel settore.  Per fare un esempio sul valore della loro opera di divulgazione, ricordo che, prima del loro arrivo nel panorama editoriale, all’esopolitica non era mai stata data la dovuta importanza. Col passare del tempo la rivista e' cresciuta costantemente, migliorandosi ed espandendo le tematiche trattate  (adesso, con gioia del sottoscritto, inseriscono anche articoli di criptozoologia). X Times, ora più che mai, è diventato il più valido mensile di ufologia italiana, nonché una lettura interessante e piena di spunti di riflessione.
E dopo elogi clamorosi, pirotecnici e rocamboleschi, torno tutto sudato alla mia storia: quel 5 Dicembre del 2005, quando partii definitivamente per gli States. Tra i vari capricci da figlio amorevolmente viziato, diedi precise istruzioni ai miei genitori: per facilitarmi la sopravvivenza in quel territorio sconosciuto, avrei dovuto trovare, inclusa nel pacco che mi spediscono mensilmente dall'Italia, una copia fresca di stampa del magazine. E cosi' e' stato, con l’influsso benefico del cosmo sulle Poste Italiane, fino ad oggi. Nel frattempo, ho stretto amicizia con Maurizio Baiata, giornalista, ex direttore del magazine ed adesso collaboratore dagli Stati Uniti, ed ho in seguito conosciuto "informaticamente" anche altri membri della redazione, trovandomi immediatamente in sintonia (da grande appassionato di fantascienza) con Pino Morelli, Direttore Responsabile, curatore di molte delle recensioni di libri e film sci-fi, ed autore del pezzo in questione. Che dire...ritrovare un trafiletto con la mia foto sul primo numero del 2011 della rivista e' stata una sorpresa piacevolissima, ed è per questo che ne ho voluto scrivere sul blog. Non posso, quindi,  che augurare a tutti loro una vita millenaria ed esortarli a pubblicare la rivista... anche su altri pianeti.

domenica 9 gennaio 2011

Un Vecchio Jukebox


Un vecchio jukebox suona musica dimenticata, la sala è deserta. C’e’ un signore, al bancone del bar, che ascolta e beve seguendo i pensieri. Il ghiaccio nel whisky gli gela le labbra, le rende fredde come quando un amore va via e ti mancano i suoi baci. Sta lì ed osserva il ventilatore sul tetto girare all’infinito, proiettando ombre sul pavimento di quel locale malandato. Gli sembra, e questo lo fa sorridere, di scorgere le sagome familiari di due giovani che si stringono e ondeggiano lievemente, seguendo le note. Un ragazzo ed una ragazza di tanti anni fa, quando avevano vent’anni.  S’incontravano lì quasi ogni sera, per girare su quella giostra allegra che la gente chiama amore. Quello, ma ancora non lo sapevano, sarebbe stato il periodo più felice delle loro vite. Volavano insieme e credevano che il mondo fosse loro.
Ma il mondo non è di nessuno, pensa l’uomo vuotando il bicchiere. E questa vita, lo comprendi invecchiando, dura troppo.  Cominci a veder tutti gli errori, le imperfezioni, a capirne l’inganno. I bei tempi, quando nel cuore qualcosa si rompe, son sempre nel passato.
Scrive su di un foglio il suo amore per lei, accennando un sorriso, poi esce fuori e lo getta nel vento. Nessuno lo leggerà, è troppo tardi. La donna, passione di giovinezza, moglie di chissà quale sconosciuto, forse anche madre, non è più su questa terra. Se n’è andata via un mese fa, ma a quel signore qualcuno l’ha detto solo ieri, distrattamente, per far conversazione.
 C’è freddo oggi per le strade, più che in ogni altro inverno.  L’uomo si avvolge nel cappotto, gira l’angolo e sparisce da questa storia che non ha più niente da dire.
Nel bar, adesso, non c’è più nessuno. E la melodia ingenua e dolce di quel vecchio disco, almeno per stasera, è la sua voce.
Le ombre, di fronte al juke-box, continuano a ballare.

martedì 14 dicembre 2010

Buone Feste dal Mio Piccolo Luca

(clicca sulla cartolina per ingrandire)

mercoledì 10 novembre 2010

Mamma

Quando mia madre piange, sembra una bimba che il mondo ha maltrattato senza un motivo. Quel pomeriggio d’Agosto la guardavo dalle partenze all’aeroporto, lei con gli occhi verso di noi e quel nipotino che ci ha aiutato ad allevare. Mi sentivo come fossimo strappati via da lei che, dietro le transenne, ci seguiva con gli occhi tristi senza consolazione. Un’altra volta lontani, lontanissimi.
Vorrei che un giorno accadesse qualcosa di grande e giusto, che in un baleno assorbisse le sue ansie e i suoi dolori. Che la prendesse per mano e le dicesse: “Piccola Mariuccia, mi dispiace per come il mondo, a volte, ti ha trattato, per tuo papà che è andato via così presto, per tutti quelli che si son serviti della tua bontà. Adesso sii serena e goditi quel che hai intorno. E’ tempo.”
Guardo la tua foto sulla bici, mamma ormai sessantenne, e mi rendo conto che non sei cresciuta mai davvero. Sei sempre piccola, fragile, innocente, bellissima. Nessuna delle brutture della vita ti ha mai intaccato. Con papà pensi già al Natale in America da noi, così i giorni voleranno leggeri.
 Io a mio figlio parlo sempre di te, di voi, di quel mondo incantato oltre l’oceano. Luca mi guarda, con quei suoi occhioni grandi ed espressivi, e sembra sapere che anche lui viene da lì. Quando sarà più grande e potrà capir meglio, gli racconterò di quei mattini di tanto tempo fa, quando eri un’insegnante. Lasciavi casa alle prime luci del giorno e venivi nel mio letto per baciarmi in fronte, mentre dalla stazione vicina sentivo il fischio dei treni che partivano. Io spesso ero sveglio e credevo che tu stessi andando via verso chissà quale luogo remoto, saltando su una di quelle vetture. Poi, però, tornavi sempre e mi stringevi forte.
Allora, in quel paesino della Sicilia, ero un bimbo piccino con gli occhiali che non sapeva nulla del mondo. Neanche che a svanire lontano, un giorno, sarebbe stato proprio lui.

martedì 12 ottobre 2010

Pasticcio di Supereroi

Nel remoto Quartier Generale dei Supremi, durante la riunione supersegreta, si decideva dove custodire i pericolosi oggetti sequestrati alla Setta Criminale. Il Cascatore Mascherato, in quel momento, reggeva tra le mani l’ampolla racchiudente il Seme del Male. E cascò.

Al rumore del vetro che si frangeva in mille pezzi, la Sala dell’Incommensurabile Saggezza si fece più buia, mentre le ombre s’ingrandivano ingoiando le pareti. Il Ragazzo Sonico gridò di terrore e l’Uomo Martello lo piantò immediatamente al suolo, la Donna Infiammabile s’incendiò bruciando il Trio dei Pennuti, l’Aviatore si gettò dalla finestra lasciando sulla poltrona il mantello volante, il Macellaio macellò l’Uomo Toro, il Cecchino Mistico sparò un proiettile mistico nella fronte assorbente dell’Uomo’Assorbente, il Ragazzo Pianta Carnivora divorò in un solo boccone l’Uomo Grillo e la Mosca Ninja, il Maestro di Rime fu centrato alla nuca dallo scettro rotante del Grande Duca, il Gigante Buono non si sentì più tanto buono e stritolò tra le mani il Bambino Prodigio e la Veggente Millenaria, il Cacciatore catturò ed impagliò la Donna Lupo, il Boia impiccò sé stesso, Doc Camaleonte si mimetizzò e fu investito in pieno dall’impazzito Uomo Locomotiva, il Burlone chiamò “spastico” l’Uomo Elastico e venne strangolato da un suo dito, il Cobra si avvelenò mordendosi la lingua, la Spia prese a colpi di radio in faccia Mr Radio-Spia, infine a Fungo Atomico scoppiò in petto una tremenda, immane, raccapricciante, devastante esplosione termonucleare. Bye bye Supremi.
E al termine della riunione il mondo, almeno quello che ne era rimasto, rimase senza alcuna difesa.
                                         La Fine?

lunedì 27 settembre 2010

La Fine dell'Estate

La fine dell’estate è la fine della gioventù. Tutto si raffredda e di amici in giro non ne vedi più tanti, mentre giacche, maglioni e una malinconia sottile riempiono l’armadio svogliatamente. Agosto è ormai un ricordo, ma ti ritrovi ad ascoltare ancora le sue canzoni. E ti accorgi che le emozioni, questa volta, le fanno suonare diversamente.
La fine dell’estate è come una paura che hai nel cuore. La spiaggia si svuota e non vedi più barche od ombrelloni, radio o asciugamani. Vanno tutti via, senza avvertire. Rimane solo il mare, sempre lì, che ingrossa le onde e ti chiama ancor più forte.
E’autunno, adesso, tempo di tornare alla vita reale. Io son già volato via, di nuovo, lontano da quel mondo che mi ha allevato. Nelle valige ho messo un po’ di tramonti, di piazze siciliane e di allegria sincera. Così l’inverno sarà più dolce.
Presto, qui e in altri posti arriveranno il gelo e la neve, e proprio adesso la pioggia batte forte sui tetti. Ma dai banchi di scuola e dagli uffici il pensiero di ognuno va al sole, ai tuffi, alle gite, alle corse in motorino e alla libertà. Intanto, rinchiuse nell’ordine delle cose, le nostre vite vanno avanti. Aspettando con pazienza che arrivi un'altra estate.

domenica 19 settembre 2010

Un Sogno

Mi risvegliai sconvolto dai residui di un sogno, mi graffiavano dentro come fossero vetro. Avevo ancora addosso le emozioni di qualcosa che non era reale. Mi feci strada verso il bagno, entrai nella doccia e chiusi gli occhi. Il getto d’acqua mi colpì il volto e fu come se l’esperienza ricominciasse di nuovo.
Ero lì.
Nuotavo smarrito tra i flutti del mare aperto, alle prime luci del mattino. Dall’orizzonte, nella sua crudeltà, mi apparve l’enorme, rigonfia carcassa di una balena. Metà della testa era già andata, il resto del corpo orrendamente mutilato. Una miriade di pesci attorno quella pozza rossa che, disperatamente, cercavo di non raggiungere. E becchi rossi dei gabbiani che staccavano la carne brandello su brandello. Le onde sbattevano su e giù quel titano senza vita, mentre le bestie, nella furia famelica di quel banchetto, continuavano ad accalcarsi tra loro senza fine. Nell’aria, in quell’angolo di oceano, si spandeva un odore terribile. Io, per qualche ragione, non provavo paura e stetti ad osservare a lungo. Mi chiesi cosa fosse successo a quel gigante caduto, le cui spoglie, adesso, venivano martoriate e fagocitate avidamente. E cercai di capire il perché di tanta ferocia insita nella natura delle cose. Poi, mi ritrovai a vagare confusamente nel porto a notte fonda, a piedi scalzi e con gli abiti fradici ritornai a casa. E con grande dispiacere, con gli occhi colmi di tristezza, notai che la vita continuava. Mi accorsi che le automobili erano sempre lì per strada, le luci nei portoni ancora accese e che il vento sbatteva le solite cartacce sul marciapiede. C’era una coppia che fumava e discuteva in un balcone e sorpresi un gatto saltar via da una ringhiera. Ogni cosa andava avanti lo stesso senza pena, rimorso od incertezza. Nonostante la perdita del cetaceo.

Il sogno si interrompeva così. Non so cosa voglia dire, forse neanche m’importa. Esco dalla doccia e, per un po’, vedo ancora i becchi rossi dei gabbiani che si avventano sulla carne.


mercoledì 25 agosto 2010

Pomeriggio Surreale


Passeggiata al fresco di fine estate, senza scopo, da solo per una strada che le gambe conoscono a memoria. Dal nulla la pioggia mi sorprende. Pesantemente cade, precipita, spinge su ogni cosa. Batte su viso e corpo, si fa strada tra pelle e muscoli, arriva all’anima e seppellisce tutto quello che c’era di me. Rimane solo una pozza d’acqua gelida, sul bordo del marciapiede, che pian piano svanisce all’arrivo del sole. E nessuno se ne accorge davvero.

lunedì 23 agosto 2010

Tre Canzoni dalla Mia Adolescenza



Canzone della Liberta'

Non so quante volte mi hai sentito dirti “TI AMO”.

Ed hai visto luccicare i miei occhi per te, nella notte.
Ma se tu davvero vedessi il mio cuore capiresti.
E senza far rumore ce ne andremmo via, per mano.
Senza una meta ma insieme, lasciando dietro le nostre ombre.
Se tu vedessi il mio cuore potresti volare con me, sfiorando le onde fredde del mare. E tutti i pesci prenderebbero a saltare.
Chiudi gli occhi e guardami dentro. Non mi farai male.
E ci abbracceremo tutta la notte, mentre il silenzio ubriaca le strade.
E ce ne andremo liberi, senza più voglia di tornare.
Senza più voglia di tornare.


Canzone Triste



Quanti gatti per la città! Tremila occhi che squarciano il
buio. Escon di notte e nemmeno lo sai.
Sembrano un fiume che inonda le strade.
E poi davanti seimila topini. Corrono svelti per vivere ancora. E per scappare di nuovo domani.
Sul marciapiede c’è un vecchio ubriaco, piange in silenzio
e si copre le braccia. La sua coperta è fatta di sogni, dei sogni più belli.
Sopra nel cielo ha paura la luna, che questa notte
non vuole apparire. Mai come adesso la terra sta zitta.
E tutto intorno un miagolio che si allontana.
Che si allontana.




La Canzone del Mare



Guardavi i gabbiani tra i raggi del sole. Scendevano lenti
e leggeri sul mare. Ridevi e dicevi che carezzavano le onde.
Carezzavano le onde.
Il vento soffiava, e soffiava con forza. Tu mi baciavi più forte di
lui. Forse è per questo che ti chiamavo amore. Forse è per questo che
stavo con te.
Un pescatore rideva sul molo. Dentro al suo secchio saltavano i pesci. Saltavano i pesci.
In aria sentivo il tuo dolce profumo, e una canzone suonava per noi.
Ma ora nell’aria c’è solo il silenzio, ed i gabbiani non volano ormai.
Io mi domando perché sei sparita, mentre le onde mi bagnano il cuore. Sto tutto il giorno col vento ad aspettare. Forse tra un poco poi arriverai.
C’è un pescatore che ride sul molo. Dentro al suo secchio
c’è un vecchio scarpone. C’è un vecchio scarpone.